Chiese a absidi giustapposte. Un dilemma storico non privo di attualità

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L’unitarietà e la compostezza dello spazio liturgico è quanto mai chiara in questo nostro tempo in virtù delle indicazioni emerse dal Concilio Vaticano II. E quel che incardina lo spazio interno della chiesa è indefettibilmente l’altare: unico centro focale verso il quale tutto l’insieme dell’organismo architettonico si rivolge. Il luogo dell’altare è tanto più reso evidente dal modo in cui, almeno nelle chiese di recente concezione, l’insieme dell’architettura si suppone debba essere elaborata. Abside, arco trionfale, cupola e tiburio, disposizione dell’assemblea: tutto è inteso conferire preminenza all’altare.

Tuttavia nelle chiese storiche non è raro trovare non uno, ma tanti altari, a volte in cappelle di carattere “privato”, commissionate da personaggi o famiglie facoltose che ambivano a comperarsi un luogo proprio pur nell’ambiente per eccellenza comunitario qual è la chiesa. In altri casi gli altari laterali erano intesi a celebrare santi venerati con particolare devozione, e prima del Concilio non era impossibile trovare chiese nelle quali celebravano contemporaneamente diversi presbiteri su diversi altari. Ma c’era sempre l’altare maggiore: quello che coronava la navata principale. L’importanza di questo impone comunque una marcata gerarchia a tutto il resto dello spazio che così sempre ha mantenuto la sua unitarietà pur quando diversi altari e cappelle laterali lo articolavano in una pluralità di spazi ciascuno dotato di un certo grado di autonomia, rimarcato anche dalla qualità degli apparati ornamentali.

Meno usuale dello spazio liturgico frazionato degli altari laterali, ma di non trascurabile rilevanza storica, il “tipo” architettonico a due absidi affiancate è stato oggetto di studi volti a comprenderne il senso. Come scrivono Ercole Ceriani e Laura Maletti nel volume Chiese ad absidi contrapposte (Silvana, pagine 158, euro 28,00): “Sebbene alla luce delle conoscenze attuali questo tipo di chiese (parrocchiali, oratori o santuari) abbiano ormai perso il carattere dell’eccezionalità in precedenza loro attribuito, esse rimangono per noi anomale e di incerta lettura, sia nelle ragioni della loro genesi sia nelle loro modalità d’uso”.

In effetti la doppia abside può apparire una soluzione che getta l’ombra dell’ambiguità là dove si ricercano affermazioni chiare e nettamente strutturate che nella gerarchia dell’ordinamento spaziale riflettano il concetto teologico che ci è dato. Uno e trino, non uno e duplice.

Eppure non mancano chiese di epoca alto e basso medievale a due absidi affiancate: l’opera di Ceriani e Maletti, svolta come tesi di laurea discussa nel 1986 nel Politecnico di Milano, ne indaga con sistematicità sei esempi relativi al territorio della Pieve di Incino e così contribuisce a rinverdire il problema, cercando, come scrive mons. Luca Bressan nell’introduzione al volume “le ragioni che portarono ad attestare in così numerosi casi una tipologia architettonica fino a oggi poco considerata perché ritenuta numericamente, ma a torto, di ben poco rilievo”.

E tale indagine risulta tanto più interessante alla luce del fatto che anche oggi si sono dati casi di chiese a due absidi giustapposte; Mario Botta infatti ha progettato due opere di questo tipo: la chiesa Giovanni XXIII a Seriate (BG) e la chiesa di Santa Maria Nuova a Terranuova Bracciolini. E un’eco di questo tipo di progettazione di trova anche nella basilica di Namyang in Corea del Sud: il duplice campanile che si eleva in posizione absidale ricorda la medesima soluzione, seppure solo all’esterno. A tali opere accenna Maria Crippa nello scritto che apre il volume di Ceriani e Maletti, notando come Botta abbia recuperato l’impianto binario ma collocando i “poli liturgici, non nelle due absidi ma in corrispondenza della loro tangenza”: con tale soluzione, pur nell’ambivalenza della doppia abside recuperando la centralità dell’unico altare.

Il prototipo di edificio a due absidi affiancate è indicato nel complesso santuariale eretto ad Alahan (Turchia) nel secolo V: qui l’abside settentrionale ospita il battistero. Tale tipo architettonico “si sarebbe diffuso in Oriente e quindi in Occidente… trovando una vasta fioritura in età romanica per perdere poi significato e importanza sino a scomparire nel XVI secolo”. E oggi, forse a dimostrazione di come vengano percepiti come estranei all’impostazione e alla sensibilità liturgica attuale, i casi illustrati nel volume “si trovano in una situazione di dismissione se non di abbandono”.

Diverse sono le ipotesi esplorate per giustificare la diffusione delle chiese a due absidi affiancate: l’esigenza di spazi diversificati per fedeli e catecumeni; la distinzione tra spazi per il battesimo e per l’eucarestia; in prossimità dei cimiteri, un’abside specializzata per la celebrazione delle esequie; un’altra ipotesi è che una parte fosse dedicata ad androneo e l’altra a gineceo; o che una parte fosse dedicata a liturgie di tipo greco e l’altra a quelle latine “che per secoli hanno convissuto”.

Ma nessuna delle tesi avanzate risulta convincente: “tali chiese rimangono enigmatiche e vincolate a contesti culturali (sociali e religiosi) difficilmente leggibili dalla sensibilità contemporanea”.

Date le diverse ipotesi di spiegazione, esse andrebbero esplorate caso per caso: è possibile che vi siano ragioni diverse per ogni singolo caso e le carenze dei documenti di archivio sinora reperiti non consentano di giungere a conclusioni certe.

Risulta che anche negli anni immediatamente successivi al Concilio di Trento tali chiese apparissero di non semplice comprensione. Nel territorio della diocesi ambrosiana (i cui archivi sono stati studiati dagli Autori) si nota come al tempo del card. Carlo Borromeo molte di esse siano state modificate per ricondurle a unitarietà.

Oltre alle sei chiese illustrate approfonditamente, nel volume sono pubblicate le schede informative di altre ventuno chiese della diocesi ambrosiana: una messe documentale che consente di apprezzare una parte cospicua di un patrimonio architettonico storico sinora poco noto.

Che tuttavia non può porsi come un precedente cui ispirarsi con intenti imitativi: le chiese a absidi giustapposte pongono interrogativi ma non presentano soluzioni coerenti con la liturgia. Come scrive Crippa: “il richiamo storico mi pare abbia… il valore di citazione povera di senso” poiché l’abside esprime “la centralità dell’altare, vero ‘cuore’ della spazialità liturgica e architettonica”. E di centro ve n’è uno solo.